Lo Studio Ghibli è noto per la sua capacità di combinare tradizione, natura, magia e tecnologia in un modo unico e coinvolgente. In particolare, la spiritualità giapponese, inclusi elementi dello shintoismo e del folclore, è presente in molti film, contribuendo ad aggiungere profondità e significato alle storie e ai personaggi.
Lo Shintoismo è una religione autoctona del Giappone, alla cui base c’è la fede in spiriti o divinità chiamate “kami” 神, che possono risiedere in oggetti, luoghi, animali o fenomeni naturali.
In Principessa Mononoke e Nausicaä della Valle del Vento, la natura è personificata attraverso spiriti della foresta e creature mistiche, che hanno il compito di ricordarci quanto rispettare la natura e vivere in armonia con essa sia fondamentale. Nel primo film, gli spiriti della foresta rappresentano il bene, mentre gli abitanti della Città del Ferro che cercano di distruggere la foresta rappresentano il male.
Ne Il mio vicino Totoro la famiglia si impegna in una cerimonia shintoista per la sicurezza della madre malata. La cerimonia viene celebrata in un piccolo santuario nei pressi della loro casa, dove le due ragazze portano delle offerte di cibo e si inchinano in segno di rispetto e devozione ai kami che risiedono in quel luogo sacro. Questo gesto è un atto di gratitudine e di richiesta di protezione per la madre e per la loro nuova vita nella casa di campagna.
Il film che per eccellenza è espressione di spiritualità e folklore giapponese è senza dubbio La città incantata, in cui la città stessa è un mondo spirituale, un bagno pubblico, un “onsen” 温泉 pieno di creature magiche e spiriti affamati.
Ritroviamo anche il concetto shintoista di purificazione, elemento importante nei rituali: prima di entrare in un santuario o di partecipare a una cerimonia, le persone spesso si lavano le mani e la bocca per purificarsi. L’acqua è infatti considerata un elemento sacro di purificazione. Uno dei lavori di Chihiro nel bagno pubblico è quello di assistere uno spirito ricoperto di fango che, dopo il bagno e grazie all’aiuto della piccola che tira fuori dalla massa fangosa una vastità di rifiuti abbandonati, rivela la sua vera natura di spirito di un fiume.
Gli spiriti che vengono ospitati nella città sono detti “yōkai” 妖怪, entità soprannaturali della mitologia giapponese, che possono essere malevole e maliziose o portatori di fortuna a coloro che li incontrano. Possiamo quindi associare alcuni personaggi del film alla loro controparte nel folklore e nella mitologia giapponese.
Yubaba e Bō
Yubaba è la strega anziana, proprietaria dell’onsen che, rubando il nome alle persone, li trasforma in suoi servi; Bō, invece, è un bambino gigante che vive isolato dal mondo e protetto dalla madre Yubaba.
Questi due personaggi possono essere associati alle figure della mitologia giapponese che prendono il nome di Yama-uba e Kintaro.
Yamauba è uno yokai femminile, dall’aspetto trasandato e anziano, con capelli spettinati e di un colore bianco-dorato, che vive isolata sulle montagne e mangia carne umana. Kintaro è un orfano dalla forza sovraumana, trovato e cresciuto da Yamauba (in alcune varianti della leggenda, fu la stessa Yama-uba a farlo nascere), scontroso con gli altri perché cresciuto in solitudine sui monti.
Haku
Haku è uno dei tirapiedi di Yubaba che, dopo l’incontro con la protagonista, ne diventa amico e la aiuta nell’impresa di liberare i suoi genitori. La stessa Chihiro, -spoiler- alla fine del film, ricorderà di averlo già incontrato quando era più piccola e gli svelerà il suo vero nome, Haku, facendo sì che riacquisti la memoria. Egli è un drago ed è lo Spirito del fiume Kohaku. Il personaggio Haku può essere associato al drago-serpente Mizuchi, un’antica divinità dei fiumi e dell’acqua.
Kamaji
Kamaji è l’addetto alla caldaia e colui che si occupa di inviare l’acqua alle vasche termali. Lavora e vive nei sotterranei ed ha l’aspetto di un ragno umanoide con due gambe e sei braccia, dei grandi baffi ed un paio di occhiali neri rotondi ad imitare le caratteristiche di un ragno.
Nel folklore giapponese, esistono degli yokai dalla forma di ragno, di dimensioni giganti e dall’aspetto demoniaco, che prendono il nome di Tsuchigumo, che può essere tradotto come “ragni di terra”; riescono a catturare le loro prede, solitamente esseri umani, grazie all’inganno ed ai loro poteri illusori.
Shikigami
C’è una scena nel film in cui dei foglietti di carta, a forma di essere umano, inseguono e cercano di ferire Haku in forma di drago. Nella cultura giapponese, lo shikigami è l’evocazione di uno spirito da parte di un onmyoji, specialisti di arti magiche e divinazione che tramite la pratica dell’onmyōdō (una divinazione basata sulla filosofia cinese dei cinque elementi e dello yin e yang) riesce a richiamare nel mondo terreno una specie di famiglio, che eseguirà gli ordini che gli vengono impartiti. Possono essere sia solo spirito, quindi invisibili, sia essere sottoforma di “pezzo di carta”.
Kashira
Le tre teste (kashira significa proprio “testa” in giapponese) verdi al servizio di Yubaba, rappresentate con grandi occhi, barba, baffi e folte sopracciglia, ricordano moltissimo uno yokai che prende il nome di Tsurube Otoshi e che ha la forma di una testa umana molto più grande del normale, che vive di vita propria senza un corpo associato, grande fino anche a due metri di larghezza. Sono anch’essi descritti con barba e folti baffi, ma vivono sulle cime degli alberi, solitamente nelle foreste, e si nutrono di carne, talvolta anche umana; si lasciano cadere a peso morto a terra, schiacciando la loro preda per poi divorarla.
Oshirasama
Tra gli altri yōkai che appaiono nel film troviamo, ad esempio, lo spirito del ravanello, in giapponese chiamato Oshirasama, un kami dell’agricoltura venerato nella regione del Tohoku. Questa divinità, nella realtà, non assomiglia ad un ravanello ma è rappresentato con due bambole ricavate da un pezzetto di legno di gelso.
Namahage
I Namahage invece hanno l’aspetto di un Oni, ovvero un demone, e sono parte del folklore giapponese nella penisola di Oga e nella parte nord dell’Honshu; in passato erano considerati divinità “straniere” che arrivavano con l’anno nuovo per portare doni.
Sofia